FOCUS

Cinema e disagio mentale

di Greta Boschetto

“Sono gli altri a decidere quando è il momento
che qualcuno debba diventare matto.”
Militina (Salvo Randone) ne “La classe operaia va in paradiso”

Qual è lo sguardo del cinema sulla salute mentale? Può essere considerato uno strumento per aiutarci a guardare in modo più sincero la sofferenza?

Non è raro che il cinema si sia occupato del temibile, oscuro e incomprensibile aspetto del disagio psichico, utilizzato dai registi per divertire, intrattenere, sbalordire e far commuovere il pubblico. Le operazioni ovviamente non sono sempre ben riuscite, rischiando di cadere nei cliché, offrendo talvolta delle rappresentazioni esageratamente drammatiche, pietistiche o evitanti, ma molto spesso ha dato vita a quei miracoli che il cinema di qualità riesce a creare, avvicinando lo spettatore al dolore altrui e a storie e persone che altrimenti sembrerebbero troppo pericolose o lontane.

Focalizzandosi sulla patologia psichica, spesso i registi hanno saputo confrontarsi con gli aspetti più reconditi e insieme autentici della personalità umana, sollevando questioni di ordine etico e, in generale, sociale.

È stato dimostrato da svariate ricerche in ambito psicologico che l’atteggiamento del pubblico nei confronti delle malattie mentali è notevolmente influenzato dalla rappresentazione di queste da parte dei mezzi di comunicazione, rispetto ad un reale contatto con le persone che realmente ne soffrono: è facile quindi affermare che gli stereotipi (anche cinematografici) influenzino pesantemente quelli della vita reale, con cui coincidono e si fondono.

Anche il cinema italiano si è occupato di sofferenza mentale, con una specificità però che emerge già a partire dai film del neorealismo, in cui questo tema assume una dimensione spesso politica, legata alle condizioni sociali ed economiche dei personaggi che vengono messi in scena, come in “La classe operaia va in paradiso” di Elio Petri (1971): la follia qui viene vista come conseguenza del consenso sociale, negata come patologia vera e propria ma ritratta come problematica legata alla società, al lavoro.

Nel decennio precedente la follia causata dal lavoro e dall’impossibilità di sottostare alle regole di una società che iniziava già a essere malata come quella che in cui viviamo ora, è leggermente accennata nel film “Chi lavora è perduto – in capo al mondo” di Tinto Brass (1963), dove un amico anarchico del protagonista è finito in manicomio per la sua incapacità di adattarsi al mondo (forse come anche il protagonista stesso).

Negli anni Sessanta italiani iniziano a essere prodotte numerose pellicole sul tema del disagio mentale, tra le quali troviamo “Giorno per giorno disperatamente” (1961) di Alfredo Giannetti e “Diario di una schizofrenica” (1968) di Nelo Risi.

Nella prima pellicola si affronta il dramma della malattia mentale e delle terribili conseguenze che essa può avere non solo su chi ne viene colpito (qui un giovanissimo Tomas Milian in una interpretazione magistrale), ma anche sull’equilibrio della famiglia; la seconda pellicola racconta in maniera coinvolgente e sofferta il calvario di una giovanissima ragazza malata di schizofrenia e il rapporto di cura e amore che si instaura con la sua psichiatra.

Due pellicole opposte soprattutto per il ruolo della famiglia nella vita del e della protagonista, nella prima fonte di amore, nella seconda causa della malattia.

Tornando agli anni Settanta, l’interesse del disagio psichico si amplia e ci si inizia anche a interrogare sulle condizioni dei manicomi in Italia prima della legge Basaglia del 1978: ricordiamo il poco riuscito “La casa delle mele mature” (1971) di Pietro Tosini, ma soprattutto l’importantissimo “Matti da slegare” (1975), film documentario collettivo di Marco Bellocchio, Silvano Agosti, Sandro Petraglia e Stefano Rulli che seppe dire una parola definitiva sulle storture e la disumanità del sistema manicomiale, senza iperboli allegoriche e grottesche, lasciando che siano i racconti veri di chi ha vissuto la segregazione a parlare della “pazzia”.

Nel 1975 uscì, sempre ambientato in un manicomio (durante il periodo fascista), “Per le antiche scale” di Mauro Bolognini mentre nel 1977 anche Dino Risi abbandonerà momentaneamente la commedia per parlare di malattia mentale in “Anima persa”, un italiano e moderno Dottor Jekyll e Mister Hyde, dove anche la parte più “rispettabile” di Fabio (un istrionico e monumentale Vittorio Gassman) non può essere salvata perché legata indissolubilmente all’altra che si cerca di tenere nascosta; Dino Risi e Vittorio Gassman torneranno ancora insieme nel 1990, parlando di manicomi e depressione, nel film “Tolgo il disturbo”.

Negli anni Ottanta sono due i film più significativi sull’argomento: “La ragazza di Trieste” (1982) di Pasquale Festa Campanile, un film toccante con una bravissima Ornella Muti, e “Storia di Piera” (1983) di Marco Ferreri.

Quest’ultimo film racconta la vera storia dell’attrice Piera Degli Esposti, cresciuta in un ambiente anticonformista con una madre finita in manicomio, dove subirà l’elettroshock.

Nella cinematografia più recente non sono poche le prove registiche ben riuscite dove si affronta questo argomento, da “Il grande cocomero” di Francesca Archibugi nel 1993 fino al più recente “La pazza gioia” (2016) di Paolo Virzì.

Arrivando ai giorni nostri invece, “Percepire l’invisibile” (2022) è un docu-film prodotto e diretto da Tino Franco, una prova di grande valore etico e umano, nato dall’esperienza di un laboratorio di Cineforum realizzato nel Centro Diurno Antonino Di Giorgio di Roma 1, un’occasione per mostrare la vita e la creatività delle persone che normalmente non vengono viste o, peggio ancora, non vogliono essere viste perché considerate una minaccia dalla società, degli errori da allontanare: l’emarginazione del “matto”, del diverso, del non inquadrabile, persone spesso vittime di nevrosi perché non combacianti con l’immagine del mondo ufficialmente riconosciuta.

Se c’è una cosa che la società dovrebbe temere però, è il considerare sbagliato qualcuno o qualcosa che è semplicemente diverso: il confine tra follia e salute è spesso labile.

 

Spilimbergo > Cinema Miotto > sabato 10 giugno > ore 10.00

Il cinema e la letteratura

contro lo stigma della malattia mentale

Conversazione di Gabriella Gallozzi

con Tino Franco e Tiziana Lorini e, in collegamento, Filippo Genovese

A seguire

Corto SOFIA ABBRACCIA IL MONDO

Film PERCEPIRE L’INVISIBILE di Tino Franco

 


 

E al fin della licenza io tocco

Per la giornata del 10 giugno il Maestro Renzo Musumeci Greco ha organizzato una mattinata di scherma agonistica in piazza con spettacolari assalti di Campioni di Fioretto, Spada e Sciabola, mentre nel pomeriggio, in teatro, presenterà il montaggio “Duelli celebri”, un compendio di filmati che racconta la storia dei più emozionanti duelli cinematografici preparati dalla famiglia Musumeci Greco dal 1913 ai giorni nostri.

Inoltre, racconterà una serie di divertenti aneddoti e dietro le quinte del suo affascinante mestiere di Maestro d’Armi.

Renzo Musumeci Greco è un ben noto Maestro d’Armi, figlio di Enzo Musumeci Greco (1911-1994) che inventò questa professione in Italia negli anni ’30.

Diplomato al massimo livello di Scherma Olimpica e Storica, si dedica incessantemente sia all’attività agonistica con partecipazione dei propri allievi alle Olimpiadi e Paralimpiadi e conseguimento di diversi titoli mondiali, nonché al Mondo dello Spettacolo.

È inoltre docente di Scherma Scenica al Centro Sperimentale di Cinematografia e alla scuola di Recitazione “Fondamenta” di Roma, nonché nei Teatri Stabili di Napoli, della Toscana e, occasionalmente, in tanti altri.

Dal suo esordio lavorativo, avvenuto nel 1968 con lo sceneggiato La Freccia Nera, ha partecipato ad oltre 200 spettacoli di ogni genere: opera lirica, prosa, cinema, fiction, programmi televisivi, pubblicità, stage, ricostruzioni storiche, ecc. Ha lavorato con i maggiori teatri italiani ed europei, tra cui la Scala, l’Opera di Roma, l’Arena di Verona, il Regio di Torino, il Real di Madrid, l’Abao-Olbe di Bilbao, l’Opéra di Monte Carlo e con i maggiori registi teatrali e cinematografici (Franco Zeffirelli, Luchino Visconti, Roberto Rossellini, Luca Ronconi, Carlos Saura, Mario Martone, Giuseppe Patroni Griffi, Besson, Hugo de Ana, Tony e Ridley Scott e tanti altri).

Fra i suoi ultimi lavori operistici si annovera I Lombardi alla Prima Crociata all’Opéra di Monte Carlo, mentre nel cinema ha recentemente collaborato con Ridley Scott in House of Gucci, varie volte con Alberto Angela per Ulisse – Il piacere della Scoperta e con la Lux Vide per la serie TV Blanca.

Da anni collabora regolarmente, organizzando eventi speciali, con la Festa del Cinema di Roma e la Notte Europea dei Musei, e ha organizzato dodici edizioni di A Fil di Spada – La Maratona di Scherma in alcuni dei luoghi più suggestivi della Capitale, come piazza della Rotonda al Pantheon, via dei Fori Imperiali, Castel Sant’Angelo, piazza Capranica, Campidoglio, Terrazza del Pincio (solo per citarne alcuni).

Nel 2019 Renzo è stato membro della giuria al Festival Internazionale di Scherma Scenica “Silver Sword” a Mosca. Un suo atleta ha sfiorato il podio alle Paralimpiadi di Tokyo 2020 e si sta preparando alle Paralimpiadi di Parigi 2024.

 

Spilimbergo > Piazza Garibaldi > sabato 10 giugno > ore 9.00-12.30

Dimostrazioni di scherma storica
A cura del maestro Renzo Musumeci Greco
In collaborazione con Comitato regionale Federazione Italiana Scherma del Friuli Venezia Giulia

 

Spilimbergo > Cinema Miotto > sabato 10 giugno > ore 17.00

Lectio magistralis
di scherma scenica del maestro Renzo Musumeci Greco

Nostra Madre Terra

di Greta Boschetto

La sempre più crescente minaccia di una crisi ambientale (ormai già in atto) senza soluzione ha portato il cinema a occuparsi sempre di più di ambiente e sostenibilità; sembra un’attenzione recente, ma in realtà il legame con la settima arte è sempre stato molto stretto: alla fine del 1800 troviamo già le prime riprese che denunciavano l’inquinamento prodotto dai pozzi petroliferi, opere del regista russo Alexander Mishon, filmati di circa un minuto ciascuno di macchina fissa su pozzi, fiamme e fumi neri.

Il rapporto tra cinema e ambiente è sempre stato un racconto per immagini, scenari per ambientare avventure, ma l’idea di usare l’ambiente come protagonista risale al 1922 con “Nanook from The North” e da allora gli ambienti naturali sono diventati sempre più importanti e temi principali di pellicole e documentari, quasi sempre nati da un’esigenza di esprimere le preoccupazioni per il degrado del nostro pianeta.

La discussione ecologica si amplierà soprattutto dagli anni Settanta in poi, con la crisi petrolifera acuitasi in quegli anni: film rappresentativo fu “2022: i sopravvissuti” di Richard Fleischer, una storia di fantascienza che mostra una terra devastata dall’inquinamento e dalla sovrappopolazione.

Negli ultimi decenni c’è stato un susseguirsi di produzioni cinematografiche, dalla fantascienza ai documentari, che hanno trattato egregiamente questo tema: tra le ultime, il film collettivo “Interaction” e l’italiano “Amate sponde” di Egidio Eronico.

In “Interaction” il cinema vuole fare la sua parte nel dialogo su catastrofi naturali, cambiamenti climatici e danni causati dall’uomo con un sapiente lavoro antologico formato da 12 cortometraggi di vario genere, spaziando dal dramma all’animazione.

In territorio italiano “Amate Sponde” è un racconto visionario dell’Italia e del suo paesaggio fisico e umano, una storia di trasformazioni, bellezza, brutture, contraddizioni, innovazioni e arretratezza del nostro Belpaese, realizzato con l’esclusivo uso di immagini e musica.

Non vuole essere una cartolina o uno spot pubblicitario, perché sarebbe ipocrita descrivere solo le bellezze di un territorio quando l’incuranza umana sta devastando la nostra terra.

 


 

Spilimbergo > Cinema Miotto > venerdì 9 > ore 17.30

Doc AMATE SPONDE di Egidio Eronico

Conversazione di Luca Pallanch
con Egidio Eronico e Sara Purgatorio

 

Pordenone > Cinemazero  > venerdì 9 > ore 20.45

Doc INTERACTIONS
When Cinema looks to Nature
di Faouzi Bensaidi, Clemente Bicocchi, Anne De Carbuccia, Takuma Kuikuro, Oskar Metsavaht, Eric Nazarian, Bettina Oberli, Idrissa Ouedraogo, Yulene Olaizola & Ruben Imaz, Nila Madhab Panda, Janis Rafa, Isabella Rossellini & Andy Byers

A seguire

Conversazione con
Isabella Rossellini (in collegamento)

In collaborazione con Cinemazero