Focus

FOCUS: A CORPO LIBERO LE DONNE NELL’AUDIOVISIVO TRA STEREOTIPI ED INCLUSIONE

Spilimbergo > Cinema Miotto > venerdì 13 > ore 11.00

Coordina Gabriella Gallozzi

Relatori Silvia Scola, sceneggiatrice e regista

Domiziana De Fulvio, intimacy coordinator e regista

Artur Pol Camprubi, direttore della fotografia spagnolo e regista Video di Oreste De Fornari, giornalista

Passionale e fatale, torbida e tentatrice. Francesca Bertini, prima diva italiana consacrata dal ci- nema muto, è anche il primo esempio – programmatico – di come le donne, di lì a venire, saranno rappresentate dal cinematografo. Quella settima arte che, a parte rari casi – la pioniera Elvira Notari, in quegli stessi anni, per esempio – è sempre stata appannaggio degli uomini. Che le donne le hanno raccontate dal loro punto di vista.

 

A corpo libero, focus-incontro a cura di Gabriella Gallozzi e Silvia Scola, si propone come momento di riflessione per scoprire insieme come il cinema e la televisione abbiano rappresentato il corpo delle donne tra stereotipi ed inclusione.

Come siano cambiati i canoni di bellezza negli anni, influenzati dal contesto sociale e politico. Le maggiorate dei Cinquanta per esempio (Gina Lollobrigida, Sophia Loren, Silvana Mangano, Silvana Pampanini, Sandra Milo) che riempivano letteralmente le sale tra bersagliere e amori e fantasia, proponendo agli spettatori italiani un’immagine femminile sempre più lontana dalla realtà e ridotta a mero oggetto del desiderio (maschile, ça va sans dire), a suggellare la fine del Neorealismo che proprio Clara Calamai, invece, aveva trasformato in eroina tragica di Ossessione.

Lo stesso Federico Fellini con la sua fantasmagorica ricerca di forme erotiche esagerate, l’esaltazione della bellezza femminile da Sandra Milo a Claudia Cardinale, attraversa gli anni Sessanta contribuendo ad aggiungere, è il caso di dire, “carne” al fuoco sull’immaginario del corpo delle donne, e che con l’“Anitona” della Dolce Vita ne esalta smisuratamente il valore simbolico.

 

A fronte di un cinema d’autore, al contrario, che negli stessi anni e in quelli a venire percorre altre strade. Con Antonio Pietrangeli che le donne le conosceva bene e ancor meglio le raccontava insieme ai suoi sce- neggiatori Ruggero Maccari ed Ettore Scola; e lo stesso Scola passato poi alla regia, che in Una giornata particolare, “demaggiorava” la maggiorata per eccellenza Sophia Loren e che in Passione d’amore gridava con Igino Ugo Tarchetti il diritto all’amore di una donna brutta; Pier Paolo Pasolini che con Mamma Roma illuminava una Magnani più vera e dolente che mai, di verghiana memoria; Citto Maselli che umanizzava fino alla totale fragilità la diva Ornella Muti in Codice privato e in Storia d’amore raccontava le pieghe di una minuscola Valeria Golino proletaria; Michelangelo Antonioni che trasformava in musa dell’incomu- nicabilità Monica Vitti, dalla bellezza così fuori canone da trasformarsi nei primi anni Settanta in volto della comicità. Genere nel quale ci vorrà l’intelligenza di un’attrice di carattere come Anna Mazzamauro che, “brutta e cattiva”, stigmatizza col sorriso quello che chiede l’industria dello spettacolo alle donne

dalla fisicità fuori dagli schemi.

Seguiranno le infermiere, le professoresse, le zie (Gloria Guida, Edwige Fenech, Laura Antonelli) della fine dei Settanta e oltre, icone di malizie e desiderio (ancora una volta solo maschile).

Gli Ottanta delle vacanze di Natale, dove tra camere da letto, piste da sci o spiagge ai Caraibi, le disinibite e yuppies co-protagoniste (Carol Alt, Barbara De Rossi, Elena Sofia Ricci, Nancy Brilli & Co.) principalmente bone ma qui più intelligenti delle loro ‘predecessore’, sono artefici di tradimenti, scappatelle e trame monotematiche perlopiù inqualificabili.

La bellona di turno insomma resta d’obbligo. Ingrediente principale di gran parte delle pellicole della seconda metà del secolo, diventa addirittura la trama stessa del film. Leonardo Pieraccioni, allora giovane sconosciuto comico toscano, si imporrà così negli anni Novanta come un ciclone, per prose- guire su quella stessa linea in tutta la sua produzione a venire.

Ad aggravare la situazione, non poco avevano fatto le neonate tv di Silvio Berlusconi, con i suoi Drive-In e Cappelli sulle ventitré, vetrine di portatrici sane di cosce e tette con cui inondare i piccoli schermi, chiamate simpaticamente veline, che facevano fare un balzo indietro al cammino delle donne verso l’uguaglianza, come si diceva prima delle ‘pari opportunità’, e che con la discesa in politica del Cavaliere, avremmo poi ritrovato anche in Parlamento.

Bisognerà attendere almeno gli anni Venti del secondo millennio per vedere cambiamenti sensi- bili. Donne protagoniste, raccontate nelle loro individualità più che per il loro sex appeal, in cui la concezione fluida della sessualità aiuta piano piano a distinguere il diritto ad essere come si è, anche se non perfette/i, che comincia a circolare sia nel cinema che nelle serie televisive.

 

Imma Tataranni su Rai1 è tra le prime a rompere decisamente il canone di bellezza e botox con (la brava e bella) Vanessa Scalera, fino a Monica Guerritore baciata dal successo per Inganno dove mostra senza veli il suo corpo di donna agée e sensuale. Superando così anche l’altro tabù assoluto della vecchiaia (anche sessuata in questo caso) che imponeva alle donne (e alle attrici) di uscire di scena superati i cinquanta.

La serie di Canale 5 I fantastici 5, poi, mette da parte anche il tabù del corpo femminile disabile raccontando di un’atleta (Chiara Bordi, attrice disabile) con una gamba amputata. A fare di più sarà, però, la serie-fenomeno britannica, Adolescence, dove la parte di un’insegnante qualsiasi e non un personaggio disabile, è interpretata da un’attrice con una focomelia ad un braccio. Quasi nessuno spettatore se ne accorge. Superare il tabù, infatti, significa renderlo normale.

Insomma “il quesito che ci dobbiamo porre” come direbbe Oreste/Mastroianni di Dramma della Gelosia, “è il seguente”: si riuscirà a raccontare che la realtà è molteplice e che solo accettandola interamente per quella che è, ogni diversità sarebbe percepita come normalità?

Sembrerebbe di sì.

Governi autoritari e censori a parte.

Gabriella Gallozzi, Silvia Scola